Stasera sono in vena di banalità, quindi dico semplicemente: l’azienda dovrebbe lavorare sul prodotto e sui suoi valori intrinseci, prima di pensare a qualunque attività di comunicazione, in particolar modo se questa è mirata a far parlare (a creare buzz, dovrei dire), a stimolare la prova e l’adozione. Non c’è alcun bisogno di costruire valori positivi su un prodotto tramite massicci investimenti, confondere le persone con messaggi ripetitivi e inquinatori dell’ambiente semiotico, se un prodotto possiede già, per sua natura, un contenuto di innovazione (risolvere problemi antichi in modo nuovo o problemi nuovi utilizzando metodi consolidati in altri campi); l’innovazione, così come altre caratteristiche del prodotto (in particolar modo il suo design, l’ergonomia, i materiali ricercati), comunica in maniera naturale e stimola il passaparola autentico.
Un prodotto che comunica per via delle sue caratteristiche permette di destinare le risorse pubblicitarie in maniera più sensata, evitando di obbligare chi fa il “creativo” ad applicare al prodotto valori estrinseci che non hanno un collegamento reale con il prodotto ed evitando a chi elabora la strategia media il compito di studiare metodi quasi-scientifici di calcolare esposizione e frequenza ottimale per far sedimentare un messaggio e tradurlo in un comportamento o in un atteggiamento favorevole.
Questa sera avevo bisogno di ripetere questo, perché ho la sensazione che molti professionisti si trovano a raccontare troppo spesso qualcosa di opposto a questa semplice realtà, ma - ed è la cosa che mi temo di più - sono le aziende clienti a volersi sentire raccontare questa versione dei fatti.

——-

Provocazione: sono dell’opinione di sottrarre ai “creativi” il controllo della produzione di websites a contenuti creativi per strumenti digitali. Questa è una extrema ratio provocatoria. Potrei anche accountentarmi del fatto che ad ogni kick off creativo si parta a ragionare, sempre come provocazione e come stimolo dato dall’inversione della consuetudine, di soluzioni tecniche, di interazioni tra l’uomo e gli oggetti virtuali, mai partendo dai contenuti e sempre partendo da come si sentono le persone e i loro cervelli ad avere (sullo schermo, o sul proprio device mobile) un potenziale mondo di interazioni che ne estende il campo cognitivo, che lo fa sentire implicitamente un individuo esteso, con possibilità “aumentate”.

Condividi:
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Technorati
  • LinkedIn
  • Digg
  • StumbleUpon
  • Tumblr
  • email
  • Print
  • FriendFeed
  • Twitter

Nessun post simile.