Rupert Murdoch ha affermato pochi giorni fa che l’informazione, anche online, si deve pagare. Io che non ho, a differenza di Murdoch, alcuna fama nel mondo dell’editoria ne vi ho mai costruito niente di rilevante (ma nemmeno ho comprato Myspace per un costo un tantino…spropositato), analizzo la questione da un punto di vista forse più pragmatico, quello dell’utente.

Cosa succede ad una fonte di notizie che si chiude al mondo esterno, nell’epoca in cui il primo passatempo dell’Internet sociale è condividere link e informazioni su Facebook, blog, Friedfeed, Twitter e quant’altro verrà? Beh, succede che le notizie che propone non sono più “notiziabili”, ovvero segnalabili liberamente, in grado di generare altre notizie e più in generale in grado di alimentare una conversazione. Il problema è quindi che un giornale on-line a pagamento mette un limite drastico alla sua diffusione, e quindi alla sua efficacia. Si può dire che così facendo compromette la sua mission. Ma questo potrebbe anche non interessare all’editore che pensa di poter fare a meno di generare conversazione, accontentandosi di lucrare sulla scarsità (peraltro creata artificialmente - almeno come tentativo) di notizie e approfondimenti di qualità. A mio parere anche la possibilità di lucrare su queste cose è collegata al mantenimento di un giornale notiziabile, che sia un alimentatore di conversazioni.

Io, se fossi un editore, non vorrei rinunciare a tutto questo e anzi vi farei leva; vorrei far parte dell’ecosistema, nella più classica delle simbiosi, anziché uscirne e perdere un possibile mutuo beneficio; in termini pratici, un giornale online con accesso a pagamento sbarra la strada a tutte le fonti di traffico che si basano sulla libera accessibilità - e quindi non solo le libere segnalazioni degli utenti ma anche i motori di ricerca che, è vero, lucrano sui contenuti altrui ma in parte restituiscono il favore in termini di traffico vendibile agli inserzionisti e fornendo anche piattaforme di pubblicità sul modello “revenue sharing” - Adsense.

Inoltre, sempre se fossi un editore, vorrei fare leva anche sul fermento che c’è intorno al giornalismo come professione (almeno in Usa, da noi non so); ci sono molti giovani che, a quanto pare e alla faccia della crisi di settore, si lanciano convinti nella frequentazione di scuole di giornalismo. Ma a questi editori non è forse venuto in mente che è proprio a causa della loro crisi che più persone vogliono diventare giornalisti? E forse che la loro crisi apre spazi per nuove forme editoriali…e che quindi non è il giornalismo ad essere in crisi, ma un certo genere di editoria; tempi stimolanti, per un giornalista o aspirante tale, meno interessanti per chi si ancora sempre ai soliti modelli.

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